Chiara si presenta nel mio studio; curata e ben vestita, ma con gli occhi tristi.
La settimana precedente era stata da uno psichiatra che l’aveva “rimbalzata” riferendole che non le servivano i farmaci che lei tanto desiderava per attenuare la sua sofferenza. Che era tempo per una psicoterapia.
“Neanche lo psichiatra mi vuole” mi dice, abbozzando un sorriso amaro.
Chiara ha 39 anni ed è stata mollata nel giro di pochi giorni dal suo compagno con il quale conviveva da quasi 12 anni. Alla dolorosa faccenda si aggiunge anche “Islay”; una bambina di 11 anni, simpatica e con gli occhietti vispi. Il tutto è accaduto meno di due settimane prima.
Due settimane nelle quali il cielo è crollato sulla testa della nostra Chiara.
Il compagno di Chiara si appiglia ad un litigio per prendere le distanze … e dopo pochi giorni comincia a cercare una casa in affitto dove trasferirsi. Riferisce di sentirsi stanco della storia che ha ormai ha perso la sua energia vitale; vuole solo alzare i tacchi e farsi una nuova vita.
Con la meticolosità che la contraddistingue Chiara snocciola i sintomi che sente di avere (e si documenta su numerosi siti internet). Tali sintomatologie (appuntate con clinica precisione) non danno scampo: la depressione incombe!
“Non mi piace fare più niente, piango per ogni cazzata, non riesco a dormire la notte … Dai, sono depressa!”
A volte vorrei fare come in “Fight Club” e vorrei far detonare alcuni siti internet. Non basta una manciata abborracciata di sintomi per fare una diagnosi in psicologia. Ma forse in pochi lo sanno.
Chiedo a Chiara se la disperazione che sta provando in questi brutti giorni è stata in qualche modo sperimentata anche in passato. Lei mi risposte con sguardo triste: “quando è morta la mia nonna materna”.
Noi mammiferi abbiamo la tendenza a legarci. Chiara stava male in quanto aveva perso la persona amata, esattamente come quando era morta la nonna.
Non era depressa, era triste, come è normale che fosse.
La tristezza è l’emozione che ci consente di lasciare alle spalle un legame; ci consente insomma di elaborare un distacco al fine di poterci legare nuovamente in un secondo tempo. In questa prospettiva l’emozione della tristezza è sana e funzionale per un decente equilibrio psicologico.
La depressione è una patologia? Si. La tristezza invece? No.
La tristezza è un’emozione fondamentale per l’equilibrio di una persona. Un’emozione che normalmente evitiamo come la peste (in quanto sgradevole) ma senza la quale non potremmo sperare di avere un buon equilibrio e dei rapporti sani.
Certo che, fin quando non sappiamo a cosa serve tutta questa sofferenza, è normale che venga voglia di scappare da essa.
Cosa è sbagliato fare se ci percepiamo tristi?
- Scappare
- Non chiedersi perché
- … passerà!
- Distrarsi facendo altro
- Raccontarsi cazzate
Passiamo la vita a sperare di non ammalarci (anche dal punto di vista psicologico!) ma non teniamo conto di un fattore di primaria importanza: le emozioni sono fatte per essere vissute, non evase, compresse o evitate.
Una volta che un’emozione viene vissuta raggiunge il suo culmine e poi si attenua. Se vogliamo che la tristezza ci abbandoni dobbiamo prima vivercela!
Affrontare determinate emozioni, per quanto terribilmente spiacevole, è fondamentale per mantenere un buon equilibrio psicologico.
Chiara sta pensando di iscriversi a Tinder per non sentire la solitudine e non si rende conto che sta solo scappando. Fallito il tentativo di usare psicofarmaci (per non soffrire) i siti di incontri rappresentano la seconda opzione di fuga dalla tristezza.
Si può scappare una vita. Ma così facendo mineremo realmente il nostro equilibrio.
Ho chiesto a Chiara di non scappare dalla sua sofferenza, le ho chiesto quindi:
- Di non rifuggire dal raccontare il suo stato d’animo alle amiche più care
- Di concedersi alcuni momenti di tristezza quando sente che essa bussa alla porta
- Di fare in fretta e furia gli scatoloni con i vestiti dell’ex (ingombranti da tutti punti di vista!)
- Di non riempirsi ogni istante della giornata per non pensare
Oggi Chiara sta molto meglio, ma per conquistare la sua serenità ha dovuto affrontare i suoi demoni (uno per uno!). Non è stato piacevole affrontare questo tunnel buio, ma alla fine la luce in fondo alla galleria si è fatta sempre più grande fin quando non si è sentita di essere finalmente fuori.
La domanda, quindi, è questa: quante volte sono scappato dalla tristezza? Quanti eventi tristi ho accumulato nella mia vita senza affrontarli?
Parliamone …
AUTORE: Dott. Matteo Marini
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