Capita a molti genitori di arrivare a punire il proprio figlio o ricattarlo, spesso anche senza rendersene conto.
“…Se non mangi tutto non puoi alzarti, se non finisci i compiti non giochi, se non riordini non esci, se non superi l’anno non ti compro il cellulare nuovo…” e chi ne ha più ne metta. A volte scappano perfino sberle o sculacciate e pensiamo che metodi un po’ più drastici possano essere efficaci.
Ma ne siamo davvero sicuri?
Dopo aver inflitto un castigo o fatto una bella sfuriata ci sentiamo anche emotivamente liberati. Si dà sfogo alla rabbia e alla frustrazione perché non ci si sente ascoltati, capiti, riconosciuti come figure autorevoli. La punizione a volte genera una sensazione catartica. Sembra finalmente di aver riacquistato il potere!
A lungo andare però, questi meccanismi deteriorano la relazione e non funzionano.
La punizione serve solo a chi la infligge. Lo fa sentire più forte negando la vera emozione sottostante, ovvero la paura di sentirsi prevaricato e il disagio di non aver saputo gestire la situazione.
La relazione tra chi punisce (che sia un genitore, un nonno o un educatore poco cambia) e chi riceve la punizione lentamente si sgretola, perde di vigore, di fiducia e di stima.
Pensiamoci su…
Mettiamoci nei panni (e lo siamo stati tutti) di un bambino o di un adolescente che sta crescendo, che si sta sperimentando e che sta affrontando tappe o sfide per lui nuove.
Non diamo per scontato il nostro punto di vista.
Siamo sicuri che continueremmo ad aver fiducia e nutrire buoni sentimenti verso chi ci punisce perché non ci comportiamo come lui vuole?
Lo si fa a fin di bene -o perché non conosciamo altri metodi? – ma i nostri figli questo non lo capiscono.
Spesso i bambini e i ragazzi che incontro mi raccontano di sentirsi incompresi e di conseguenza:
- Non chiedono più aiuto ai genitori e cambiano figure di riferimento
- Per protesta esasperano alcuni comportamenti che scatenano reazioni forti dei genitori
- Si allontanano emotivamente e se possibile fisicamente da chi li minaccia, punisce, ricatta.
- Spesso raccontano bugie per non correre il rischio di essere nuovamente puniti o minacciati.
La punizione e il castigo vanno infatti a “sfruttare” la relazione di dipendenza che i bambini hanno per natura nei nostri confronti.
Sfruttare questa dipendenza per ottenere qualcosa che desideriamo noi adulti è una manipolazione. I bambini alla lunga se ne accorgono e i rischi che corriamo sono quelli sopra citati.
È questo che vogliamo?
Inoltre le emozioni che i bambini provano quando vengono puniti, minacciati o ricattati sono l’umiliazione, la paura, il senso di inadeguatezza e la rabbia repressa. Tutti stati emotivi che portano ad una scarsa autostima, difficoltà nella regolazione emotiva, scarso valore di sé.
Questi metodi non hanno alcun valore in termini di educazione e apprendimento di regole e limiti.
Come Alfie Kohn ribadisce in uno dei suoi libri più popolari “Amarli senza se e senza ma” i bambini sono naturalmente portati a collaborare, ad ascoltare, a voler imparare, ma soprattutto ad imitare noi adulti.
Il nostro compito è trasmettere loro significati e valori ma l’utilizzo della paura e dell’intimidazione come metodo per “ottenere qualcosa” alla lunga non funziona.
Inoltre un bambino minacciato e ricattato molto probabilmente utilizzerà queste modalità di interazione con i coetanei, con gli adulti e con altre figure di riferimento.
Insomma: una spada a doppio taglio.
Cosa fare quindi?
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Individua quali sono i principi e i valori che vuoi trasmettere a tuo figlio e agisci di conseguenza
Qualsiasi sia il tuo obiettivo nell’educazione di tuo figlio ricorda che impara attraverso di te. L’apprendimento nei bambini avviene infatti attraverso l’osservazione e l’imitazione, per lo meno fino ai quattordici anni. A quest’età iniziano ad avere un senso critico e manifestano più marcatamente la loro identità.
Desideri che sia gentile: sii gentile
Desideri che sia empatico: mostragli tu per primo come si fa
Ti piacerebbe che sia generoso o altruista? È imitando il tuo modo di porti che impara ad esserlo.
Se vogliamo che nostro figlio impari a gestire le emozioni e sappia affrontare in maniera costruttiva i momenti di stress dobbiamo essere noi i primi a saperlo fare per poterglielo insegnare.
Partiamo da piccoli episodi che per noi sono difficili da gestire e proviamo ad agire diversamente.
Anziché ricattarlo o minacciarlo di metterlo in punizione se non fa ciò che noi esattamente gli chiediamo… Proviamo a fare un bel respiro (a volte ne servono anche due o tre!) e prima di fare qualsiasi cosa…
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Mettiamoci nei suoi panni
Spesso quei comportamenti che per noi sono sbagliati a prescindere fanno parte del suo modo di capire e esplorare il mondo. Anche i cosiddetti capricci non sono altro che dei bisogni o un disagio espressi malamente. I bambini hanno bisogno di tempo e spazio per imparare a comunicare in maniera costruttiva!
Porci le seguenti domande aiuterà:
Che emozione e intenzione ha mosso il suo comportamento? Con quale tono gli adulti di riferimento si sono rivolti a lui? Cosa prova? Cosa potrebbe essergli d’aiuto in quel momento?
Esercitiamoci a vedere il mondo con gli occhi di nostro figlio. È un allenamento che serve a comprendere più a fondo i suoi bisogni, i suoi desideri e le motivazioni che lo spingono ad agire in un certo modo. Così facendo lo possiamo capire più facilmente e di conseguenza raramente ci faremo travolgere da quell’emozione impetuosa e irrefrenabile che istintivamente ci porta a punirli.
Ci può anche essere d’aiuto parlargli dei suoi sentimenti e di ciò che probabilmente prova.
Es. “Ho pensato che quando invito gente a cena tu ti annoi e non hai la nostra solita attenzione. Può essere per questo che urli o metti la camera sottosopra?”
“Hai giocato con l’acqua in bagno? Devi esserti divertito un sacco, ora però è tutto sottosopra!”
“Capisco che tu voglia andare su e giù per le corsie del supermercato, ci sono un sacco di cose da vedere!”
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Rivolgiti empaticamente e esprimi ciò che provi
Mettersi nei panni di nostro figlio non significa essere accondiscendenti con ogni suo comportamento.
Con un modo di fare severo o con metodi educativi più duri si corre il rischio che il bambino si senta sbagliato, che pensi di essere lui il problema e non il suo comportamento.
Esprimi i tuoi sentimenti, senza attaccare il carattere del bambino.
Comunichiamo come ci fa sentire il suo comportamento o qualunque cosa pensiamo sia sbagliata (ovviamente in base all’età).
Es. “Quando urli o mi rispondi male io mi intristisco”
“Io sono arrabbiata perché è tutto in disordine e stamattina avevo pulito!”
“Non mi piace quando i bambini corrono in tutte le corsie. Disturbano gli altri clienti”
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Aiutalo a trovare una risoluzione al problema
Che abbia rotto qualcosa di importante, che non abbia rispettato un impegno, che non sia collaborativo o ti abbia risposto male…Aiutalo a trovare un’alternativa, una soluzione, una via d’ uscita per sistemare quanto successo. Mostragli come può rimediare ai propri errori, con il tempo imparerà a farlo da solo.
Es. ”Se ti annoi puoi disegnare o fare le costruzioni qui vicino a noi. Se hai voglia di giocare con qualcuno chiedicelo, possiamo trovare insieme una soluzione”
“Ora va messo a posto com’era prima. Prendi lo straccio e passalo a terra, poi metti gli asciugamani a lavare”
“Al supermercato non si corre. Decidi tu, puoi camminare o stare seduto nel carrello. (Se vuoi mi puoi aiutare a prendere la frutta)”
Tutto questo richiede una grande pazienza e il grande sforzo di non re-agire impulsivamente a determinati comportamenti che proprio non ci vanno giù!
L’ altra faccia della medaglia è che nostro figlio imparerà a fidarsi di noi, ad ascoltarci molto di più, a vederci come figure di riferimento perché si sente accettato così com’è, perché gli arriva la nostra empatia, la nostra disponibilità ad accoglierlo e capirlo.
AUTORE: Dott.ssa Chiara Maisano





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